profumo antica Roma

Storia del profumo
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La storia del profumo si perde nella notte dei tempi; possiamo immaginare che sia iniziata quando un uomo si è accorto che, bruciando legni o resine particolari, da essi si sprigionava un fumo odoroso. Il profumo, in origine, veniva usato solo nelle cerimonie religiose; era un’offerta agli dei il fumo odoroso che si innalzava verso il cielo.

A Roma la dea Pietas, personificazione di una caratteristica e fondamentale virtù romana, era rappresentata nell’atto di bruciare sostanze odorose su un altare; quest’atto, che veniva indicato con “pro fumo tribuere” (offrire attraverso il fumo) spiega l’originario significato sacro della parola. Da qui ha origine la parola profumo.
Con queste offerte di sostanze preziose si cercava di attirare le grazie e i favori degli dei e, poiché il fumo era il mezzo privilegiato per entrare in contatto con loro, il mito narra che fu Afrodite a regalare a Faone la prima boccetta di profumo per ringraziarlo di averla traghettata sulla sua barca senza chiedere nulla in cambio. I profumi sono di uso antichissimo, entravano nella tecnica di imbalsamazione degli Egizi e di profumi e balsami si parla anche nella Bibbia. Il profumo divenne una vera e propria arte in Oriente per poi diffondersi in Grecia da dove i contatti commerciali con i Fenici e i popoli della Magna Grecia lo fecero conoscere agli Etruschi e ai Romani. Numerose tavolette risalenti al XIII sec. a. C. ritrovate a Pilo e a Cnosso testimoniano come la civiltà minoico-micenea praticasse tecniche evolute per la preparazione dei profumi. Altri documenti sull’arte della profumeria risalgono agli antichi Egizi che all’inizio utilizzavano unguenti, balsami e profumi nell’arte dell’imbalsamazione poi, man mano che il lusso e la raffinatezza entrarono nella vita privata, gli Egizi iniziarono ad usare i profumi anche nell’igiene quotidiana.

industria dei profumi

Una vera industria dei profumi nacque sotto il regno della regina Hatshepsuth che pare li apprezzasse molto. Al ritorno da una spedizione a Punt, in Eritrea, tornò carica di molte essenze da cui forse fu ricavato il suo profumo preferito racchiuso in un flacone che porta il suo nome. Questo flaconcino è stato ritrovato nella sua tomba e alcuni ricercatori tedeschi hanno iniziato delle indagini su di esso per cercare di scoprirne la composizione. Gli Egizi usavano il “cono di profumo” che, preparato con unguento grasso e profumato, veniva messo sulla testa dove, sciogliendosi, profumava capelli e vestiti. Questo cono veniva messo, come dimostrano i dipinti parietali, sia sulle parrucche che sulle teste rasate.

Gli Egizi furono i primi a creare i portaprofumi che erano vasetti di alabastro a forma di goccia con imboccatura larga e collo svasato. Ecco alcuni degli unguenti più noti:Olio di cedro, Olio libico, Sefeti, Neklensum, Tewat (di questi la composizione è ignota) Ensinum era l’olio di lillà famoso alla corte di Cleopatra e Plinio e Dioscoride ci danno due diverse ricette per la sua fattura; era di uso per lo più maschile e a Roma fu copiato e cambiato. L’Emendesianum era prodotto a Mendes e fatto con olio di balano, mirra, resina e cannella. Il Kyphi era fatto con incenso, mirra, cannella, sandalo, cipero, ginepro, calamo, coriandolo, mastice, storace, uva passa macerati in vino agro e forte. Il Myrtum-laurum a base di mirto, alloro, giglio, maggiorana, trigonella greca era tra i preferiti di Cleopatra. I profumi venivano conservati in anfore di varia grandezza e poi trasferiti in portaprofumi di varie dimensioni e forme:a sfera, a testa di donna, a forma di colombina in vetro soffiato, a oinochoe, aryballo (a forma di sfera sostenuto da una cordicella passata nelle anse da portare alla cintura), ad ancoretta, a pisside (scatolina con coperchio), tutti piccoli e squisiti gioielli. Anche in Grecia, in particolare nella raffinata ed elegante Atene di Pericle, ci fu un grande uso dei profumi e Teofrasto (IV sec. a. C.) scrisse il famoso “Trattato degli odori”, testo base dell’antica profumeria. A Roma, nell’età imperiale, il profumo era molto usato e se ne abusava al punto che Petronio, nel suo Satyricon, parla di vere e proprie “orge olfattive” durante i banchetti. Nerone a volte faceva cadere dal soffitto sui suoi ospiti petali di rose impregnati di sostanze odorose oppure si liberavano nei triclini colombe le cui ali erano state impregnate di profumi che così venivano diffusi nell’aria dal battere delle ali. Nell’antichità il profumo come lo conosciamo oggi era sconosciuto ma erano molto usati balsami, unguenti e sostanze profumate il cui utilizzo era necessario perchè i Romani, che curavano molto l’igiene personale, si lavavano con cenere di faggio, liscivia, una speciale creta tritata e pietra pomice. L’igiene era assicurata a scapito però della pelle che aveva bisogno di essere idratata e lenita con balsami oleosi che profumavano anche la persona. Ma come si preparavano e da dove venivano tutti questi prodotti? All’inizio si utilizzavano le essenze offerte dalla flora mediterranea tra queste il pulegio, l’anice, lo spincervino, l’issopo, il coriandolo, il papavero, l’iris, il ginepro, la tuia ecc. Con i contatti commerciali con l’Asia si scoprirono nuove sostanze:lo storace, lo zafferano di Cilicia, l’hennè, il balsamo di Giudea, l’incenso e la mirra dello Yemen, il cinnamomo dell’Etiopia; dopo le conquiste di Alessandro Magno giunsero in Grecia nuove essenze quali il benzoino, il bergamotto, il sandalo, la cannella, il nardo. Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, Ovidio e Pedanio Dioscoride, botanico del I sec. a. C. ci danno informazioni essenziali e ricette per la fabbricazione dei profumi che avevano una consistenza solida oppure oleosa, mai liquidi. Per ottenere un profumo si utilizzava una sostanza grassa che poteva essere costituita da olio d’oliva ma anche da grassi animali. Per ottenere gli oli essenziali si usavano tre diversi procedimenti: la pressione (sminuzzando le parti della pianta più ricche di essenza e sottoponendola a pressione, per es. mettendola in una pezza di tessuto e torcendola), la macerazione (mettendo in contatto la materia vegetale con olio caldo o grasso fuso), la sottrazione a freddo (mettendo fiori, petali ecc. sulla superficie di uno strato di grasso di bue o di maiale compatto e puro e rinnovandoli fino a saturare di essenza la materia grassa). Come diluente si usava anche il vino; resine e gomme vegetali fissavano l’essenza volatile. Per profumi meno pregiati si poteva usare lo strutto oppure la cera d’api, per quelli più ricercati vari oli (oliva, mandorle amare, sesamo). Una rivoluzione si ha quando gli oli sono sostituiti dall’ omphacium, succo delle olive verdi acerbe o dell’uva acerba (agresto) raccolte in agosto-settembre che davano un olio limpidissimo, inodore, capace di assorbire gli aromi in esso disciolti; in questo modo si ha una base priva di ogni residuo grasso, sottilissima e lieve, adatta ad ogni tipo di profumo. Una macina particolare, il trapetum, schiacciava i frutti riducendoli in una poltiglia che poi veniva spremuta ancora con il torcular che produceva un olio ancora più raffinato. In quest’olio, a caldo o a freddo, venivano poi messe a macerare le spezie e i fiori che impregnavano il liquido con il loro odore.

Teofrasto spiega che per profumi particolari bisogna mettere in precisa successione e quantità le varie essenze: prima gli aromi meno intensi, in ultimo l’ingrediente da cui si vuole ottenere un profumo più persistente. Plinio raccomanda di aggiungere del sale e di conservare l’unguento in vasi di alabastro scuro per proteggerli dalla luce. Il metodo più usato, come ci dicono Plinio e Dioscoride, era la macerazione a caldo in una miscela, composta al 50% di olio e acqua piovana che si usava per l’estrazione del profumo da radici, muschi e parti di piante, messa in giare di terracotta e coperta. Le giare venivano interrate fino al collo nella sabbia calda e lasciate ad una temperatura costante di circa 60°. Gli oli essenziali rilasciati dai vegetali si mescolavano con l’olio che galleggiava sull’acqua che evaporava. L’olio profumato veniva quindi accuratamente filtrato, al tutto si aggiungeva un pizzico di sale per mantenere inalterata la natura dell’olio e resina o gomma per fissare l’aroma dell’essenza.

it_assoc_prime-updated-banners_800x150-_cb294400391_

bottiglie-di-profumo-romano-I-IIILe essenze più diffuse erano le rose, i gigli, foglie di basilico e di mirto, resine, radici e semi aromatici. Sempre Plinio ci dice che “Fra gli unguenti più diffusi e per questo motivo creduto anche il più antico, c’è quello fatto di olio di mirto, calamo, cipresso, cipero, meliloto, fieno greco, miele, e maggiorana” (Nat. His. XIII,79). Plinio e Dioscoride ci danno anche ( e questa è una particolarità perchè anche allora i profumieri erano gelosi custodi delle formule dei loro profumi) la composizione e la quantità dei singoli elementi che erano la base di un profumo molto noto, il Telino che prendeva il nome dall’isola di Telo nelle Cicladi, ed era molto usato da Giulio Cesare come lui stesso dice nel De bello gallico. Per la sua produzione occorrevano: 100 grammi di onfacio, 56 gr. di semi di fieno greco, 11 gr. di rizoma di calamo, 5 gr. di estremità fiorite essiccate di meliloto, 2 gr. di foglie essiccate di erba gatta, 3. gr. di foglie essiccate di maggiorana, 5-10 gocce di olio essenziale di violetta o di citronella, miele. Ha un odore dolce e forte di citronella ed era un profumo a basso costo. Ancora Plinio dice che “ Tra i profumi il più semplice e verosimilmente il primo ad essere inventato fu quello ricavato dal muschio e dall’olio di balano (il balano è un piccolo crostaceo marino fisso agli scogli o alle conchiglie), in seguito il profumo di Mende si arricchì di olio di balano, di resina, di mirra, mentre ancora più complessa è, ai nostri giorni, la ricetta del Metopio. Questo è un olio estratto in Egitto da mandorle amare al quale sono stati addizionati agresto, cardamomo, giunco profumato, calamo aromatico,miele, vino, mirra, seme di balsamo galbano e resina di terebinto.” A Pompei,nella Casa del giardino di Ercole, gli studi fatti dalla dottoressa Ciarallo sui resti di semi e piante carbonizzate hanno permesso di ricostruire le coltivazioni delle piante aromatiche di quel giardino, in base poi alle fonti letterarie, agli affreschi, alle indagini di scavo e di laboratorio come le analisi dei pollini trovate in un’altra abitazione con giardino si è scoperto che lì c’era la coltivazione di piante usate per le essenze: c’era la Viola mammola, la Rosa centifolia, la versicolor e la damascena, Ocinum basilicum, Anethum graveolum, Hiacinthus romanus, Ruta graveolens, Thymus serpillum, Pimpinella anisum, Borago officinalis, Origanum maggiorana, Menta suaveolens, Iris fiorentina, Melissa officinalis. Forse chi vi abitava aveva seguito il consiglio di Varrone, come racconta Columella nel De re Rustica I,16.3 “E’ redditizio avere vicino alla città un giardino per la richiesta di violette, rose e altri prodotti”.

Nei dintorni di Pompei la crescita di piante e fiori adatti alla produzione di profumi rendeva possibile l’esistenza di un mercato di fiori cui attingere, tra questi c’era la rosa i cui petali secchi polverizzati fornivano i diapasmata, fini polveri sia aspersorie sia da bruciare negli incensieri; associati poi a finocchio, mirto, incenso e agresto formavano la base del Rhodinon o Rhodinum, il profumo più diffuso ed economico di cui sempre Plinio ci dà la ricetta nella Nat. His. XIII,9 “Tra i profumi attualmente più comuni c’è quello costituito da olio di mirto, calamo aromatico, cipresso, henna, lentisco e scorza di melagrana. Ma io sarei incline a credere che i profumi più diffusi siano quelli estratti dalla rosa che cresce ovunque in abbondanza. Questo è il motivo per cui fu per lungo tempo semplicissima la ricetta del Rodino che richiede aggiunta di agresto, petali di rose, olio di zafferano, cinabro, calamo aromatico, miele, giunco profumato, fior di sale (carbonato di sodio), vino”. C’era poi il Crocino, il profumo di zafferano,cui si aggiungevano cinabro, ancusa e vino nonché il profumo di maggiorana con agresto e calamo aromatico. Ci sono poi i profumi ricavati dalla frutta come il Melinum ricavato dalle mele cotogne con agresto, olio di henna, olio di sesamo, balsamo,giunco profumato,cannella, abrotano. C’è il Susinum fatto con gigli, olio di balano, calamo aromatico,miele, cinnamomo, zafferano e mirra. Il Susinum è definito da Plinio tenuissimum, al pari del profumo di henna che “richiede henna, agresto e cardamomo nonché calamo aromatico, spalato e abrotano; alcuni vi aggiungono cipero,mirra e panacea”(Nat. His. XIII,12).

C’erano poi profumi costosissimi che, come la seta per gli abiti, avevano costi spaventosi poiché tutti i componenti dovevano essere importati dato che crescevano in Asia o in India; tra questi il famoso Regale, fatto per il re dei Parti, che si componeva di “mirabolano,cisto, amomo, cinnamomo, cardamomo, spiga di nardo, maro, mirra, cannella, storace, ladano, opobalsamo, calamo aromatico, giunco profumato della Siria, enante, malobatro, seriato, henna, aspalato, zafferano, cipero, maggiorana, loto, miele, vino.” (Per alcuni componenti come il seriato l’identificazione è impossibile).

L’industria dei profumi diede un notevole impulso anche all’arte vetraria per la produzione dei balsamari a partire dal I secolo a. C. I più diffusi erano con corpo tubolare e fondo arrotondato. Molto belli erano i balsamari a colombina, a forma, come dice il nome, di uccellino che, una volta riempiti venivano sigillati a fiamma e poi, per poterne prendere il profumo, si spezzava il becco o la coda, Si usavano anche conchiglie:una valva conteneva l’unguento, l’altra fungeva da coperchio. La produzione e la vendita dei profumi è raffigurata nell’affresco del triclinio della Casa dei Vettii.

I romani, specialmente nell’età imperiale,fecero non solo uso ma anche un enorme abuso di profumo usandolo non solo per il corpo, ma per i capelli, gli abiti, il letto, la schiava favorita, il cavallo,le tende e perfino le vele delle navi; durante le rappresentazioni teatrale e i giochi nel circo gli spettatori venivano spruzzati con getti d’acqua profumata per rinfrescarli e pare che a Pompei si usasse acqua profumata con croco rosso e rose. Plinio scrive su quest’uso esagerato “I profumi servono ad uno scopo tra i più superflui di tutte le forme del lusso. Infatti perle e gioielli passano all’erede di colui che li indossa e gli abiti durano per qualche tempo, ma gli unguenti perdono subito il loro profumo e muoiono un’ora dopo che sono stati usati. Il loro massimo pregio è che quando una donna passa, col suo profumo, può attrarre l’attenzione anche di persone occupate in qualcos’altro e il loro costo è di più di 400 denari per libbra. Tutto quel denaro è pagato per un piacere goduto da qualcun’altro poiché una persona che porta profumi non li odora da sè” (Nat. His. XIII). L’imperatore Tiberio si lamentò in senato per l’enorme somma, ben 100 milioni di sesterzi che i Romani spendevano ogni anno per il loro desiderio di sostanze aromatiche e fragranti. L’uso del profumo continuò fino all’affermarsi del Cristianesimo che ne condannò l’uso riservandolo solo alle cerimonie religiose per poi scomparire quasi nel medioevo.

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